Posts Tagged ‘uomini’

R- Oboe, Breitschwanz; Uomini; Accento; Yokopoko

aprile 11, 2019

Òboe
Francese hautbois, propriamento ‘legno (bois) dal suono alto (haut)’.
Anche, antico, oboè, uboè.
Sostantivo maschile [maschile oboi].
Strumento musicale a fiato del gruppo dei legni, munito di una doppia ancia, il cui tubo, terminante in una apertura leggermente svasata, è provvisto di un numero variabile di buchi.
Oboe basso: corno inglese.
Oboe degli Abruzzi: cennamella.

Una (parola) giapponese a Roma

Breitschwanz
Voce tedesca, cioè ‘coda (Schwanz) larga (breit)’, ambedue di origine germanica.
Sostantivo maschile invariabile.
Pelliccia di agnellini persiani nati prematuri, con pelo lucente e cuoio sottile.

Uomini e parole

Bacitracìna
Voce dotta, composta del latino scientifico baci(llus subtilis), specie che produce la tossina, e del nome della bambina americana M. Tracy, sui tessuti della quale è stata ritrovata, col suffisso -ina, sul modello dell’inglese bacitracin.
Sostantivo femminile.
(farmacologia) Antibiotico polipeptidico per uso topico attivo specialmente sui batteri gram-positivi e su alcuni gram-negativi.

L’accento, questo sconosciuto

Si dice òboe, ma anche meno correttamente oboè.

Yokopoko Mayoko

Dott. F. Orecchione
Specialista otorinolaringoiatra

Una targa vista a Settimo Torinese e proposta da Martina Ferro.

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Manfano, Pampano; Marchi e uomini: Jumar; Accento; Perle

febbraio 26, 2019

Mànfano
Latino tardo mamphur -uris, che indicava un arnese del tornitore, incrociato con pampano.
Sostantivo maschile.
1. (regionale) Il cocchiume (foro e tappo) della botte.
2. (regionale) Lo stesso che manfanile, il maggiore dei due bastoni del correggiato, tenuto in mano dal battitore.
3. (figurato, toscano) Membro virile.
Persona sornionamente scaltra e furba, marpione: questi suoi contadini son proprio dei manfani (Pratolini).
Persona volgare e prepotente.

Correggiàto
Derivato di correggia, cinghia.
Anche coreggiàto.
Sostantivo maschile.
Arnese per la battitura dei cereali e di altre piante da seme, formato da due bastoni, detti rispettivamente manfanile (quello più lungo che costituisce il manico) e vetta, uniti da una correggia di cuoio (gómbina).

Pàmpano
Sostantivo maschile.
Variante di pampino, popolare in Toscana, altrove sentita come letterario: anche l’uve nascondevano, per dir così, i pampani, ed eran lasciate in balìa del primo occupante (Manzoni).

Marchi, non parole e Uomini e parole

Jumar [‘ZHumar]
Voce francese, composto dal nome di due alpinisti, Jü(sy) e Mar(ti), e nome della ditta che ne ha depositato il marchio.
Sostantivo femminile invariabile e aggettivo invariabile.
In alpinismo e speleologia, maniglia jumar o semplicemente jumar, maniglia autobloccante di metallo leggero usato per salire o scendere lungo una corda in esso impegnata: è conformato internamente in modo che, una volta impugnato, possa scorrere rispetto alla corda solo quando non è sottoposto a trazione dal peso dell’alpinista.

L’accento, questo sconosciuto

Si dice mànfano, come d’altronde si dice pàmpino e pàmpano.

Perle linguistiche

"Queste scarpe hanno un tacco davvero esilerante (sic)."
In una televendita. Voleva essere indicato come un pregio.

R- Aspergere, Asperges; Uomini: Baciccia

gennaio 23, 2019

Aspèrgere
Dal latino aspergere, composto di ad e spargere ‘spargere’.
Verbo transitivo [io aspèrgo, tu aspèrgi ecc.; passato remoto io aspèrsi, tu aspergésti ecc.; participio passato aspèrso].
1. Spruzzare, bagnare leggermente, specialmente d’acqua benedetta: il sacerdote asperse i fedeli.
2. (letterario) Spargere, cospargere.

Una (parola) giapponese a Roma

Asperges [as’pErdZes]
Voce latina, propriamente ‘aspergerai’.
Anche, antico, aspèrge.
Sostantivo maschile.
L’aspersorio, così chiamato dalla prima parola dell’antifona pronunciata dal sacerdote durante l’aspersione; l’aspersione stessa: dare l’asperges.

Uomini e parole

Bacìccia
Voce genovese corrispondente a Battista; nel significato 2 per influenza di ciccia.
Sostantivo maschile e femminile.
1. (scherzoso) Appellativo dato ai genovesi nell’Italia settentrionale..
2 Uomo grasso, ciccione e indolente.

R- Obito, Obitorio, Obituario, Mops; Uomini; Perle

gennaio 22, 2019

Parole a confronto

Òbito
Voce deotta, latino obitu(m), participio passato di obire ‘andare incontro’, composto di ob- e ire.
Sostantivo maschile.
(letterario) Morte.

Obitòrio
Da obito.
Sostantivo maschile.
Locale dove sono conservati i cadaveri in attesa dell’autopsia o della loro identificazione.

Obituàrio
Dal latino obitus ‘obito’.
Sostantivo maschile.
Nel medioevo, libro in cui venivano registrate le date di morte dei personaggi benemeriti di chiese, monasteri e simili.

Una (parola) giapponese a Roma

Mops [mops]
Tedesco, dall’olandese mops, da moppen ‘fare un viso arcigno’.
Sostantivo maschile invariabile.
Cane di lusso simile a un mastino di formato ridottissimo, di colore uniforme fulvo con maschera nera sul muso.

Uomini e parole

Bacchèo
Voce dotta, latino bacchiu(m), dal greco bakcheios, ‘di Bacco", perché frequentemente usato nei canti in onore del dio.
Anche bacchìo.
Sostantivo maschile.
(linguistica) Piede metrico della poesia greca e latina costituito da una breve più due lunghe, usato nei canti in onore di Bacco.
Verso formato da piedi bacchei.

Perle dai porci

"Era un locale tutto undergrunge."
In palestra.

R- Baciatico, Bombe; Uomini; Storie ribollite

gennaio 21, 2019

Baciatìco
Dal bacio, che suggellava la donazione.
Sostantivo maschile.
(storia) Nel Medioevo, donazione assegnata o promessa dal fidanzato nell’atto di baciare la futura sposa.

Una (parola) giapponese a Roma

Bombé [bom’be]
Voce francese, per la forma ‘a bomba (bombe)’.
Aggettivo.
Che è o è diventato convesso: bicchiere, coperchio bombé. Sinonimi: rigonfio, tondeggiante.

Uomini e parole

Oblomovìsmo
Da Oblomov, protagonista del romanzo omonimo di I. A. Goncarov (1812-1891).
Sostantivo maschile.
Modo di vivere e pensare apatico e fatalistico, che caratterizzava la borghesia russa pre-rivoluzionaria.

Storie ribollite

Amiche, amici,
a voi un nuovo stupendo concorso alla Parolata.
Chi desidera partecipare dovrà proporre una recensione, un riassunto, una parodia, uno stravolgimento, insomma una ribollitura di un romanzo, di un racconto o comunque di un libro sufficientemente noto agli altri lettori. Tale riscrittura, meglio se in stile fantasioso come ad esempio alla moda di ricetta gastronomica o di cronaca sportiva, non dovrà contenere elementi che ne rendano troppo facile l’identificazione. Gli altri partecipanti dovranno quindi indovinare qual è la storia che è stata ribollita.

Sperando che il concorso possa piacervi, vi auguriamo buon divertimento.

[N.d.C. Si tratta di un vecchio concorso realizzato a partire dal 13 giugno 2004 che riproporremo nelle prossime versioni ristampate della newsletter. Potrete godervi gli indizi e cercare di rispondere, magari tramite una mail al curatore, purtroppo però non potrete più partecipare al concorso e all’assegnazione dei premi.]

La prima storia ribollita è proposta da Piero Fabbri.

Se è vero (e quasi sempre lo è) che due cuochi rovinano il sugo, cosa dire di questo celeberrimo piatto che ha visto l’opera di quattro attentissimi chef? Questa rubrica non ha certo l’intenzione di voler presentare il piatto da noi recentemente degustato come una novità dell’avanguardia della novelle cousine, ma piuttosto quella di far riscoprire una degustazione classicissima (e che tutti, volenti o nolenti, hanno almeno in parte assaggiato) con occhi e papille gustative nuove.
Gli ingredienti sono assolutamenti noti e di facile reperimento: in ultima analisi, il piatto viene composto, almeno dal punto di vista tecnico, come il più classico di tutte le cucine letterarie. È la storia, naturalmente tragica e con tanto di deus ex-machina finale, puntualmente narrata della vita del protagonista. Antica la ricetta, antica l’ambientazione: nota la sequenza degli avvenimenti (che viene tutt’oggi diffusissimamente riprodotta e rappresentata), e notissima la vicenda in sé: in altre parole, e come se si dovesse recensire la pizza margherita tra le cento pizze fornite da qualsiasi pizzeria. Eppure, il meccanismo, l’atmosfera, oseremmo dire i sapore stesso del dramma rimangono un esempio classicissimo dell’alta cucina letteraria.
Si giunge alla morte (non certo naturale) del protagonista dopo essere stati condotti attraverso abbondanti libagioni d’amore (ma non di sesso), degustazioni di rivoluzioni (ma non di rivolte), il tutto con abbondantissima innaffiatura del miglior vino mai uscito dalle cantine degli effetti speciali (ma senza far ricorso a nessunissima esplosione d’astronave).
Ciononostante, non è certo la storia in sé a tenere viva l’attenzione del lettore (o dovremmo dire del commensale?), quanto la suprema articolazione interpretativa che i quattro maestri riescono a tratteggiare, con rimarchevoli differenze stilistiche e d’interpretazione, i medesimi ingredienti narrativi. Cosa tanto più stupefacente, se si pensa che i quattro chef non hanno mai
interpretato altro piatto che questo: se uno si affida al bilancino perfetto dell’enumerazione maniacale degli eventi, gli altri cercano d’innalzare la loro ispirazione creativa verso più alti e nobili afflati degustativi e spirituali. Il quarto ed ultimo, infine, quasi a voler a forza marcare l’uso diverso dei sapori, delle spezie e degli odori, arriva a vertici semi-mistici, rifiutando la mera narrazione ed elaborazione della trama, nel tentativo di insaporire la scarna base meramente narrativa con le spezie alte e raffinate della meditazione più intellettuale.
Quattro chef, ognuno dei quali ha il compito preciso di raccontare una porzione del medesimo piatto. Non i banali “tris di primi” che qualsiasi trattoria è in grado d’offrire al primo passante: le tre piccole porzioni (dozzinali, di solito) in quel caso plebeo arpeggiano tre piatti diversi. Qui si tratta d’un solo piatto, ma ripetuto quattro volte. Stessi ingredienti per tutti, e stessa ricetta, perchè tutti e quattro insieme costituiscono (così afferma la dottrina) un piatto unico e pienamente soddisfacente. Come un risotto antico, talvolta un po’ scotto, quasi sempre sopravvalutato ma inevitabilmente presente su ogni tavola (persino quelle degli alberghi). A non
tutti piace, ma non gli mancano i fanatici disposti al digiuno più totale, in sua assenza: e a nessuno è dato di non conoscerne, almeno per sentito dire, la millenaria ricetta.