Posts Tagged ‘rovinata’

Fastidio, Hammam; Universale: Spolverare; Rovinata

aprile 20, 2018

Fastìdio
Dal latino. fastidium, derivato di fastus -us ‘fastidio, orgoglio, disdegno’, probabilmente incrociato con taedium ‘tedio’.
Sostantivo maschile.
1. Senso di molestia per cosa che dispiace o che mal si sopporta: dare fastidio; disse tante cose di questa sua bellezza, che fu un fastidio a udire (Boccaccio); vorrei restare a tenerle compagnia, ma … accoglie la mia presenza con malcelato fastidio, e pare sollevata quando infine mi decido a congedarmi (Capriolo).
Darsi fastidio: assumersi un’incombenza noiosa, disturbarsi: non si dia fastidio per me.
Noia, uggia, disgusto, sazietà: avere in fastidio una persona o una cosa; negli uomini si rinnovellò quel fastidio delle cose loro che gli aveva travagliati avanti il diluvio (Leopardi).
Dispiacere, preoccupazione molesta, sofferenza, o anche ciò che è causa di dispiacere e preoccupazione o che provoca sofferenza: i fastidi della vecchiaia; altro rimedio non avea ’l mio core Contra i fastidi onde la vita è piena (Petrarca).
Avere dei fastidi con qualcuno: (familiare) avere noie, seccature, rapporti spiacevoli: ha avuto recentemente dei fastidi col fisco.
Lieve disturbo o malessere fisico: non devo bere perché gli alcolici mi danno fastidio al fegato.
2. (antico, solo singolare, eufemismo) Immondizia in genere: agli ambasciatori di catuno comune fu fatta vergogna e gittato addosso, cavalcando per la città, vituperoso fastidio (Villani).

Una (parola) giapponese a Roma

Hammàm [ha’mam]
Voce araba.
Sostantivo maschile invariabile.
Luogo di relax simile a una sauna, spesso indicato come bagno turco, tipico dei paesi mediorientali e in cui è possibile sottoporsi, con il bagno di vapore, a particolari trattamenti per il benessere fisico quali massaggi, lavaggi del corpo, fanghi ecc.

Parole universali

Spolveràre
Derivato di polvere, col prefisso s-.
Verbo transitivo (io spólvero ecc.).
1. Pulire dalla polvere, liberare qualcosa dalla polvere che la copre: spolverare i libri.
(assoluto) Togliere la polvere: vado in salotto a spolverare.
Spolverare le spalle, il groppone, la schiena a qualcuno: (scherzoso) bastonarlo, dargli un sacco di botte.
Macchina a spolverare: in conceria, la macchina con la quale si effettua la spolveratura delle pelli.
(figurato, non comune) Portare via tutto, consumare, finire completamente, con riferimento sia al rubare (mentre era in vacanza i ladri gli hanno spolverato l’appartamento), sia allo spendere sconsideratamente (in pochi mesi ha spolverato tutta l’eredità). Mangiare con grande avidità, senza lasciare nulla: ha spolverato tre piatti di pasta; anche con la particella pronominale: si è spolverato cinquantamila euro in pochi giorni.
2. Cospargere di un sottile strato di sostanza fine come la polvere: spolverare una torta di zucchero a velo.
Spolverare un disegno: riprodurlo con la tecnica dello spolvero.
(non comune) Sorpassare un veicolo, lasciarselo indietro di un bel tratto di strada, col signifcato letterale di ricoprirlo di polvere: la mia nuova macchina sull’autostrada spolvera tutte le altre.

Curiosamente spolverare significa sia togliere la polvere che mettere la polvere.

La parola rovinata

MENESTRILLO
Cantore medievale di versi scortesi.

Di Pietro Scalzo.

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Lauro, Faire suivre; Rovinata

aprile 19, 2018

Làuro
Dal latino laurus ‘alloro’.
Sostantivo maschile.
1. (botanica, letterario) Altro nome dell’alloro: sovente avverrà che ’l crin si cigna Or di lauro, or di quercia, or di gramigna (Tasso); I miei lauri gettai sotto i tuoi piedi, O Vittoria senz’ali (D’Annunzio).
(figurato) Simbolo di gloria, di trionfo ecc.: il lauro del martirio, il lauro della vittoria.
Usato talvolta, nel linguaggio giornalistico e sportivo, per indicare il titolo conseguito in una determinata specialità soprattutto alle Olimpiadi: il lauro del giavellotto; il lauro di campione del mondo di ciclismo.
Burro di lauro: grasso che si ottiene dalle bacche fresche dell’alloro, per pressione o bollitura in acqua, costituito da gliceridi dell’acido laurico, oleico ecc. e da un olio volatile di odore caratteristico; viene usato nella preparazione di cosmetici e nell’industria del sapone.
Olio essenziale di lauro: liquido giallo chiaro con odore di alloro e di trementina, sapore dolciastro, costituito da pinene, eucaliptolo ecc., usato per profumare liquori e saponi, e in medicina come stimolante e antisettico.
2. Nome di altre piante: in Toscana è sinonimo di lauroceraso.
Lauro alessandrino: nome di alcune liliacee, e in particolare della specie Danae racemosa, che presentano cladodî sempreverdi, e perciò spesso coltivate nei giardini.
Lauro canforo: l’albero della canfora (Cinnamomum camphora).
Lauro rosa: altro nome dell’oleandro.

Una (parola) giapponese a Roma

Faire suivre [fer su’ivr]
Locuzione francese, propriamente ‘far seguire’.
Locuzione sostantivale maschile.
Formula francese che si appone alla corrispondenza internazionale perché sia fatta proseguire nel caso che il destinatario non si trovi nella sede segnata nell’indirizzo. Sinonimo: far proseguire.

La parola rovinata

POESIA
Va bene, leggiamo i Racconti dell’Incubo e del Terrore.

Di Pietro Scalzo.

Scavezzo, Scavezzare, Pelouse; Rovinata

aprile 18, 2018

Scavézzo
Participio passato senza suffisso di scavezzare, col significato di tagliare le cime degli alberi.
Aggettivo
1. Scavezzato, cioè rotto, spezzato.
Arma scavezza, fucile scavezzo, o, come sostantivo, scavezzo: arma da fuoco portatile, proibita in quanto arma insidiosa, con la cassa in due pezzi incernierati in modo da poter ripiegare il calcio sul fusto per meglio nasconderla.
2. (antico) In musica, con riferimento ad alcuni organi costruiti tra i secoli XVI e XVIII, pedaliera scavezza o in sesta, quella in cui la successione delle note nella prima metà dell’ottava non avviene per semitoni, ma per quarta ascendente e terza minore (do-re-fa-sol-mi-la); si ignora l’origine del termine in sesta, dovuto forse al fatto che sei delle note della prima metà dell’ottava procedono per salti, oppure perché i tre intervalli di quarta abbracciano una gamma di sei note (do-do diesis-re-mi bemolle-mi-fa).

Sostantivo maschile.
1. Lo stesso che cavezzo, cioè scampolo di stoffa.
2. Nelle reti da pesca, uno dei tratti di cavo di canapa che collegano i divergenti alla rete a strascico.

Scavezzàre
Variante di origine settentrionale di scapezzare.
Verbo transitivo (io scavézzo ecc.).
1. Tagliare o rompere la cima di alberi, rami, arbusti, meno comunemente di costruzioni o edifici elevati: pur con esser sì forte e di sì gran corpo quell’albero, … tal volta gli si carican sopra bufere di vento sì vemente, che lo scavezzano, e fiaccano come fosse una canna (Bartoli); d’un tratto, una palla da cannone scavezzò un gran pioppo (Calandra); si dovette arrivare a scavezzare un mandorlo del vicino (Verga).
(estensione) Rompere, spezzare (specialmente il collo): e la scala! Buia, storta, non poteva servire ad altro che a far scavezzare l’osso del collo alla gente (Capuana).
Scavezzarsi il collo o l’osso del collo: rompersi il collo, fare un ruzzolone.
(regionale, veneto) Rompere, o slogare: gli torse il braccio con tanta forza, che quasi glielo scavezzò; nella caduta, mi sono quasi scavezzata la caviglia.
2. Nella lavorazione della canapa, del lino ecc., rompere gli steli già macerati per staccarne le fibre.

Scavezzàre
Derivato di cavezza, col prefisso s-.
Verbo transitivo (io scavézzo ecc.).
Liberare un animale da sella o da tiro dalla cavezza: le capre scavezzate giù nella stalla … belavano impaurite (Jovine).

Una (parola) giapponese a Roma

Pelouse [pe’luus]
Voce francese, dal provenzale pelouso, propriamente ‘pelosa’.
Sostantivo femminile invariabile.
Prato erboso; vengono così chiamati, in particolare e anche fuori di Francia, i prati artificiali che costituiscono i tappeti erbosi di parchi e giardini, e soprattutto il prato interno di un ippodromo, o la parte centrale di esso, destinata al pubblico.

La parola rovinata

MELOSGRANO
Così si mangia tale frutto.

Di Pietro Scalzo.

Manifesto, Pilotis; Lettori; Rovinata

aprile 17, 2018

Manifèsto
Dal latino manifestus, manufestus, voce di formazione oscura, forse un composto di manus ‘mano’.
Aggettivo.
1. Palese, chiaro, evidente, offerto apertamente alla vista o all’intelletto altrui: esultanza manifesta; Altro schermo non trovo che mi scampi Dal manifesto accorger de le genti (Petrarca, cioè dal fatto che la gente se ne accorga come di cosa evidente); [la vecchiezza] vero e manifesto male, anzi cumulo di mali(Leopardi); alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio (Manzoni).
Scusa non richiesta è accusa manifesta, traduzione del proverbio latino medievale excusatio non petita, accusatio manifesta.
In funzione di predicato con valore neutro, è manifesto: è evidente, appare evidente.
In funzione di complemento predicativo dell’oggetto, fare, rendere manifesto: manifestare, far conoscere: Tutta tua visïon fa manifesta (Dante).
2. (medicina) Nella psicanalisi, detto di fenomeno della coscienza, in quanto presupponga fenomeni inconsci e latenti: contenuto manifesto del sogno, il sogno così come viene raccontato da chi lo ha sognato, in contrapposizione a un contenuto latente, che può essere individuato solo attraverso un’analisi interpretativa.
3. In funzione di avverbio: distinto e manifesto intese Come l’insidie al pio Buglion sian tese (Tasso).

Manifèsto
Uso sostantivato dell’aggettivo precedente.
Sostantivo maschile.
1. Foglio di carta, più o meno ampio, che si affigge sui muri delle strade, o su sostegni fissi appositamente collocati, per rendere noto a tutti ciò che vi è stampato (avvisi, ordinanze, programmi politici, slogan ecc.): vicino alla biglietteria un grande manifesto dai colori sgargianti annunciava lo spettacolo della serata (Tabucchi.
Avviso o annuncio pubblicitario su foglio, o cartellone, molto ampio, spesso con disegni a colori vivaci atti a richiamare l’attenzione del pubblico, che si espone anch’esso sui muri delle città, all’interno di locali aperti al pubblico, o, entro riquadri a ciò predisposti, lungo alcune vie di comunicazione: affiggere i manifesti.
2. Programma politico o culturale lanciato da partiti, da gruppi o da correnti: il Manifesto del partito comunista» di Marx e Engels.
3. Nel linguaggio commerciale, denominazione di alcuni documenti.
Manifesto del carico, manifesto di partenza: documenti doganali dei quali devono essere munite le navi e gli aeromobili rispettivamente in arrivo e in partenza dal e per l’estero, contenenti la descrizione di tutte le merci che costituiscono il carico.
Manifesto di emissione: nel mercato finanziario il programma che una società emittente di un prestito obbligazionario deve compilare e rendere pubblico, e nel quale occorre enunciare gli estremi della costituzione della società.

Una (parola) giapponese a Roma

Pilotis [pilo’ti]
Voce francese, propriamente ‘palafitta’, derivato di pilot ‘palo’, che a sua volta è un derivato di pile ‘pilastro’.
Sostantivo maschile invariabile.
(specialmente al plurale) In alcune soluzioni di architettura moderna, nome dei pilastri, per lo più di cemento armato, che sorreggono un edificio, isolandolo dal terreno, inizialmente usati dall’architetto svizzero Le Corbusier (1887-1965) al fine di creare uno spazio coperto, libero da pareti e in diretta relazione con l’esterno.
Piano pilotis, o pilotis: (estensione) il piano realizzato con tale sistema, a volte utilizzato per posti macchina.

I lettori ci scrivono

Ci scrive Alex Merseburger

— La teoria di Cristina sulle biglie triestine mi pare molto fondata.
Anche il trentino fino al 4.11.1918 era asburgico. C’è una parola dialettale d’uso comune che mi piace molto: faulenza. Deriva da faul, cioè pigro in tedesco.
Al femminile viene utilizzata per definire uno stato: "mi è venuta addosso una faulenza…".
Al maschile per descrivere la persona poco attiva, il pigrone: "dai, non fare il faulenza".
P.S. E chissà quante ce ne sono nelle regioni che furono dominate dai francesi o dagli spagnoli. —

La parola rovinata

TERGA OMNES
A scapito di tutti.

Di Pietro Scalzo.

Colendo, Kantiba; Lettori; Rovinata

aprile 16, 2018

Colèndo
Dal latino colendus, gerundivo di colere ‘onorare, venerare’.
Aggettivo.
(antico) Degno di riverenza.

Colendìssimo
Superlativo di colendo.
Aggettivo.
Degno di profondo ossequio, riverenza e rispetto; stimabilissimo. Oggi usato solo scherzosamente, questa forma era molto usata fino alla metà del secolo XIX nello stile epistolare, di solito nella grafia abbreviata col.mo, in espressioni come al colendissimo signore, illustrissimo signore e padron mio colendissimo, e simili: «Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra …» (Manzoni).

Una (parola) giapponese a Roma

Kantibà [kanti’ba]
Anche cantibà.
Dall’amarico e tigrino kantiba.
Sostantivo maschile invariabile.
Titolo di un’autorità locale, in uso fra alcune popolazioni dell’Eritrea, attribuito anche al capo della municipalità di alcune città etiopiche (per esempio, Addis Abeba), con significato corrispondente a quello italiano di sindaco e a quelli equivalenti delle altre lingue europee.

I lettori ci scrivono

Ci scrive Cristina, che propone un’ardita etimologia.

— Segnalo che in dialetto triestino le s’cinche (pronuncia pressoché uguale a quella dell’archibugetto Tschinke) sono le biglie. Che il termine provenga dalla forma dei proiettili usati da questo? A Trieste, parte dell’impero austro-ungarico, fino al 1914 il tedesco era di casa… —

La parola rovinata

NEGROLOGIO
Comunicazione del decesso di persona di colore.

Di Franco Palazzi.