Posts Tagged ‘marchi’

R- Amaricante, Flipper; Marchi: Folletto

novembre 12, 2019

Newsletter originale del 11/2/2005

Amaricàre
Dal latino tardo amaricare, derivato di amarus ‘amaro’.
Verbo transitivo [io amàrico, tu amàrichi ecc.].
(antico) Rendere amaro.
(figurato) Amareggiare, angosciare.

Amaricànte
Propriamente participio presente di amaricare.
Aggettivo.
Si dice di sostanza amara o che rende amaro; in particolare di additivo che dà sapore amaro o amarognolo, usato specialmente nella preparazione di bevande e liquori.
Usato anche come sostantivo maschile: bere un amaricante come digestivo.

Una (parola) giapponese a Roma

Flipper [‘flipper]
Voce inglese; derivato di to flip, propriamente ‘dare un colpo, fare scattare’, oppure da flipper ‘pinna’.
Sostantivo maschile invariabile.
Biliardino a funzionamento elettrico, con dispositivo per il conteggio automatico dei punti, forse così detto perché i pistoni a molla che danno la spinta alle palline hanno forma di pinne.

Marchi, non parole

Follètto
Marchio registrato.
Sostantivo maschile.
Marchio di aspirapolvere leggero con cinghia per il trasporto a spalla.
(estensione) Qualsiasi aspirapolvere di questo tipo.

Folletto permette a Mauro Palma di avvicinarsi ulteriormente al gruppetto di testa.

R- Dispiegare, Shogun; Marchi: Lego; Perle; Ribollite

novembre 11, 2019

Newsletter originale del 10/2/2005

Dispiegàre
Da spiegare, con sostituzione di prefisso.
Verbo transitivo [io dispiègo, tu dispièghi ecc.] (letterario)
1. Distendere, allargare, spiegare: dispiegare le vele al vento.
2. (figurato) Manifestare: La divina bontà… /… sfavilla / sì che dispiega le bellezze etterne (Dante).

Dispiegàrsi
Verbo intransitivo pronominale (letterario)
1. Svilupparsi, diffondersi: il canto si dispiegò nell’aria.
2. Sgorgare, scaturire: che acqua è questa che qui si dispiega (Dante).

Una (parola) giapponese a Roma

Shogun [‘Sogun]
Voce giapponese di origine cinese, propriamente ‘generale’.
Sostantivo maschile invariabile.
Titolo che nell’antico Giappone era conferito al capo di una spedizione militare.
Nel Giappone dal XIII al XIX secolo, titolo ereditario del governatori del Paese.
(estensione, figurato) Personaggio autoritario e dispotico o capo che esercita il potere in modo tirannico.

Marchi, non parole

Lègo
Marchio registrato, composto delle voci danesi leg (imperativo del verbo lege ‘giocare’) e go(dt) (avverbio dell’aggettivo god ‘buono’), quindi propriamente ‘gioca bene’.
Sostantivo maschile invariabile.
Gioco di costruzioni in plastica costituito da piccoli pezzi di forma geometrica a incastro, tali da permettere una grande quantità di combinazioni.

Grande Mauro Palma.

Perle dai porci

"La patch [soluzione software che deve essere installata per risolvere un problema in un programma, N.d.C.] è stata dispiegata a Firenze."

Perla fornita da Pino De Noia, letta sulla posta elettronica.

Storie ribollite

Presto, andate sul sito, potrete così leggere la quattordicesima storia ribollita: l’ha scritta Piero Fabbri.
Oppure potete leggerla qui di seguito.

Quattordicesima storia ribollita.

Gli è, come al solito, che tutto dipende dai punti di vista. No, non è che si voglia scimmiottare Rashomon di Akira Kurosawa, che lì la storia è volutamente pirandelliana, con la verità inconoscibile per definizione. È proprio che tutto cambia a seconda dei punti di vista.
Dal punto di vista della moglie, c’è una pazienza che Giobbe manco se la sogna, col marito che fa il figo in giro, sciupa femmine di qua e semina figli di là, spettacolari tocchi di gnocca che manco le veline o quelle che fanno i calendari, tutte lì che sembrano solo aspettare lui per cedere e concedere. E invece lei lì, a fare sempre la casalinga, anche quando l’unico figlio piglia e parte pure lui, a lavorare come serva, che alle femministe gli piglia un coccolone solo a pensarci.
Dal punto di vista del Tour Operator, non si capisce se sia un trionfo o una tragedia: diamine, una vera "avventura nel mondo", sicuro, con l’esplorazione delle terre e dei mari dell’ovest, come no, e con una serie di incontri che ancora se ne parla. Certo però, che dal punto di vista della sicurezza, beh, e come imbarcare un centinaio di persone su un jet supersonico alla Malpensa e vedere ritornare un solo turista a piedi, e malconcio anzichenò.
Dal punto di vista della trama, niente da dire. Ci sono i buoni e i cattivi, e pure i grandi buoni e i grandi cattivi. Tutta gente del jet-set, mica palle, un olimpo di gente importante che segue e partecipa, incasinando o aiutando il protagonista. Che mantiene il ruolo con un aplomb marlowiano, alternando fegato da eroe del far-west e bassi trucchi di mestiere, e insomma regge la scena, il ragazzo, non è certo un signor nessuno, si vede che ha stoffa, stoffa regale.
E pure la sarabanda finale, con le armi segrete e lo scannamento metodico delle serpi in seno, ci può stare, lo so, ma anche qui, far finire la storia con tutta una becera questione d’arredamento, sposta sto mobile qua, lascialo lì, rimettilo là, cavolo. Ma non gliel’ha insegnata nessuno la tecnica del vero happy-ending, all’autore?

R- Cappotto, Kaputt; Marchi: Tampax; Yokopoko

novembre 8, 2019

Newsletter originale del 10/2/2005

Cappòtto
Dal francese faire capot, di etimologia incerta.
Sostantivo maschile.
Specialmente nella locuzione fare, dare cappotto, in alcuni giochi e sport, concludere una partita senza che l’avversario abbia realizzato nemmeno un punto.
Fare cappotto: nella caccia, tornare senza preda.
Fare cappotto: capovolgersi, detto di imbarcazione, scuffia.

Una (parola) giapponese a Roma

Kaputt [ka’put]
Voce tedesca, dall’espressione francese, usata nel gioco delle carte, faire capot ‘vincere senza che l’avversario faccia punto’, di etimologia incerta.
Anche kaput.
Aggettivo e avverbio.
Rovinato, distrutto, ucciso, in malora, in rovina; l’espressione, nata in ambiente militare tedesco già durante la guerra dei trent’anni (1618-1648), si è particolarmente diffusa, anche nella grafia adottata kaput, durante la seconda guerra mondiale, sia in funzione di aggettivo (città kaputt; voi tutti kaputt!, e simili, o, con uso assoluto, kaputt!), sia, più spesso, con funzione avverbiale, nelle locuzioni fare, essere, andare kaputt; quel lavoraccio mi ha messo kaput.

Marchi, non parole

Tampax [‘tampaks]
Marchio registrato; dall’inglese tampoon ‘tampone’ nel senso di ‘assorbente igienico’.
Sostantivo maschile invariabile.
Nome commerciale di un assorbente interno.
(per antonomasia) Assorbente interno.

Mauro Palma si lancia all’inseguimento del gruppetto di testa.

Marco Marcon 17
Piero Fabbri 13
Mauro Cociglio 12
Mauro Palma 3
Paola Cinato 2
Alessandro Rigallo 2

Yokopoko Mayoko

Il signor Dino Potenza è il presidente di una associazione di consumatori della Basilicata.
Proposto da Piero Mozzone.

R- Acanino, Ginseng; Marchi: Gillette; Perle

novembre 4, 2019

Newsletter originale del 10/2/2005

Acanìno
Dall’arabo hanin ‘caro, dolce, soave’.
Aggettivo.
(dialettale) Bello, caro, dolce.

Una (parola) giapponese a Roma

Ginsèng
Cinese gên-scên ‘(pianta) con la radice (scên) a forma d’uomo (gên)’.
Sostantivo maschile invariabile.
Pianta delle Araliacee con fiori gialli e radice tuberosa alla quale si attribuiscono molte virtù terapeutiche (Panax ginseng).

Marchi, non parole

Gillette [dZi’lEt]
Dal cognome dell’inventore, l’americano King C. Gillette (1855-1932).
Sostantivo maschile invariabile.
Marchio registrato, rasoio di sicurezza a due tagli con lama sostituibile.

Sostantivo femminile invariabile.
Lama a due tagli adattabile al rasoio omonimo.

Mauro Palma propone, la Parolata pubblica.

Perle dai porci

"Per domani sono previste nevicate anche a bassa quota, soprattutto sulle regioni adriatiche, in particolare Toscana e Umbria."
Previsioni del tempo sui Rai 1.

Perla geografica fornita da Piero Mozzone.

R- Marchi: Bignami; Appuntone

ottobre 31, 2019

Newsletter originale del 9/2/2005

Marchi, non parole

Bignàmi
Dal nome di E. Bignami, autore-editore di una fortunata serie di volumetti tascabili di questo tipo.
Sostantivo maschile invariabile.
Marchio registrato.
(popolare) Piccolo manuale in cui sono riassunte le nozioni basilari delle varie materie scolastiche.

Il nostro nuovo amico Mauro Palma si presenta proponendo il Bignami.

L’appuntone e I lettori ci scrivono

Il nostro Piero Fabbri, sia gloria a Piero Fabbri, alla sua discendenza e ai suoi antenati, ci propone il seguente contributo che, per le dimensioni, quasi monopolizza il numero odierno della Parolata.

Incinta si scrive tuttattaccato.
(tuttattaccato invece no).
[…] "incinta" è una parola bella strana, e anche io mi sono trovato talvolta a scrivere "in cinta" tut tosta cca to, perchè credevo che fosse una maniera per dire "in procinto", procinto che poi magari diventava femmina, procinta, e da lì magari diventava cinta, indi… "in cinta". Datosi che però sicuro non ero delle mie belle etimologie supposte, mi sono informato, e ho scoperto una delle più belle (secondo me, e siamo ampiamente nell’opinabile) etimologie dell’italo-latino linguaggio.

E allora, ecco che "incinta" mi risulta essere pari pari il contrario di "cinta", proprio come incredibile è il contrario di credibile, iniquo il contraio di equo e infingardo il contrario di fingardo. E "cinta" gli è aggettivo, non sostantivo (‘nzomma, non si parla aqui della cintura atta a
tener su le braghe); aggettivo, dicevasi, come nella frasetta "Carcassonne è bella cittadina franciosa cinta di mura". Ergo, quando io mi metto una cintura, posso ben dire d’essere cinto d’una cintura. Ecco, qui casca l’asino: narrano le antiche croniche e puranco le historie che le gentili matrone romane viaggiassero normalmente elegantemente vestite di tuniche (o toghe? No, mi sa di no, tuniche, tuniche…) con grazioso nastro o fettuccia di cuoio a mo’ di cintura, perchè anche a quei tempi vedere il bell’alternarsi pieno-vuoto-pieno disegnato dalle piacevoli montagne russe di tette-vita-fianchi delle fanciulle rallegrava la vista ai senatori e ai centurioni dell’Urbe.

Sennonchè, quando le suddette fanciulle addiventanvano legittimamente pregne, erano ben contente della cosa, anche se un filino preoccupate visto che lasciare la buccia in sala parto, a quei tempi, non era poi del tutto improbabile. Senza parlare della storiella della Rupe Tarpea […] e le diecimila sfighe sempre in agguato quando si tratta di trasformare i pranzi e le cene di nove mesi in un ragazzino nuovo di pacca. E allora che facevano, le matron-fanciulle? Serie serie, non appena realizzavano che le mestruazioni non per caso non s’erano presentate, se n’andavano al tempio di Giunone (credo: ma non sono certissimo fosse proprio Iuno), e, ritualmente, si toglievano la cintura. Insomma, trasformavano la tunica cinturata in una tunica premaman, perchè hai voglia a farci buchi nuovi se alla fine devi scodellare un legionario.
Eppoi, insomma, la cosa doveva rendersi pubblica. Lasciavano la cintura li’, nel tempio di Iuno, e la pregavano di non far loro scherzi antipatici da lì ai prossimi nove mesi. Poi, tutte allegre, se ne uscivano dal tempio così come se ne erano entrate. Anzi no, per Giove. Erano entrate cinte di cintura, e ne uscivano trionfalmente "incinte".
Scusate il pipponcello, ma ‘sta storia m’e’ sempre piaciuta…
Molti baci
Piero