Posts Tagged ‘lettori’

Fervido, Narghile; Uomini; Lettori; Perle

dicembre 4, 2019

Fèrvido
Dal latino fervidus, propriamente ‘che bolle’, derivato di fervere ‘fervere’.
Aggettivo.
Fervente, cioè infiammato, ardente: fervidi auguri; immaginazione fervida, vivace.
(letterario) In senso proprio, che bolle, che scotta: fervida caldaia (Forteguerri); i fervidi raggi del sole.

Fèrvere
Dal latino arcaico e popolare fervere.
Verbo intransitivo (difettivo del participio passato e dei tempi composti.
1. (letterario) Essere cocente, scottare: mentre che ’l sol ferve (Dante).
Ribollire, di un liquido al fuoco, del vino nei tini, o più spesso del mare, di un corso d’acqua che sia fortemente agitato: Non ferverà per voi l’ira del flutto (Foscolo); analogamente, del sangue: Era il sangue del mondo che fervea Con lievito mortale (Carducci).
Per estensione, di luogo assai affollato: tutta la via brulica e ferve (Caro).
2. (letterario, figurato) Essere intenso, violento, essere nel massimo dell’ardore: ferve la disputa, la questione, la lotta; Già ferve il gran lavoro (Parini); Te seguirò, quando l’ardor più ferva De la battaglia (Tasso).
Meno comune, di sentimenti: d’amar la dolcezza [cioè: la dolcezza di amare Dio] Diversamente in essa ferve e tepe (Dante).

Fervènte
Participio presente di fervere].
Aggettivo.
1. (letterario) Bruciante, scottante: il battuto della torre era fervente tanto, che ella né co’ piè né con altro vi poteva trovar luogo (Boccaccio); il sol gli aridi campi fiede Con raggi assai ferventi (Tasso).
2. (figurato) Fervido, infiammato, intenso: ferventi preghiere; una fervente supplica; passione fervente; la … ferventissima carità dello Spirito Santo (Dante).
Riferito a persona: essere fervente di carità; un patriota fervente.

Una (parola) giapponese a Roma

Narghilè
Dal francese narguilé o narghilé, e questo dal persiano nargile, derivato di nargil ‘noce di cocco’.
Sostantivo maschile.
Pipa ad acqua, assai diffusa nel mondo musulmano: consiste in un recipiente d’ottone o di vetro (in origine una noce di cocco, da cui il nome), parzialmente riempito d’acqua, nel quale si immettono due tubi: il primo è rigido, con in cima il fornelletto contenente tabacco coperto di brace e l’altra estremità immersa nell’acqua, il secondo è flessibile, in comunicazione con l’aria della parte superiore del recipiente e munito di bocchino; aspirando da questo si determina una depressione che costringe il fumo a scendere dal fornello e a passare attraverso l’acqua, filtrandosi e raffreddandosi.

I lettori ci scrivono e Uomini e parole

Ci scrive Marco Marcon.

— Leggendo un articolo sul Post ho trovato la parola "leporello" riferita ad un formato particolare di libro, che ho sempre chiamato "a fisarmonica" (diffuso più per gli opuscoli che per i libri, direi). La cosa curiosa è che sembra un termine usato nell’ambiente della stampa ma non l’ho trovato sui dizionari italiani. Ancora più curioso, esiste invece sui dizionari tedeschi…
Il termine deriva dal nome del servitore di don Giovanni, che ad un certo punto tira fuori la lista delle amanti del padrone, lista ripiegata, appunto, a fisarmonica. —

Perle linguistiche

"È stata una settimana difficile ieri."
Al lavoro, sentita da Pietro Scalzo.

Risoluto, Lur; Lettori: Osmiza; Perle

novembre 22, 2019

Risolùto
Participio passato di risolvere.
Aggettivo.
1. (letterario, raro) Sciolto, rilassato: le membra … Ch’or risolute, e dal calore aduste, Giacciono a sé medesme inutil peso (Tasso).
2. Di persona che ha fermamente deciso, ed è quindi pronta ad agire in un certo modo (sempre in funzione predicativa): sono risoluto a tentare i metodi più rischiosi; sappiate dunque, e tenete per fermo che son risoluto di prima morire che far più nulla contro la sua santa legge (Manzoni); riferito alle facoltà spirituali o intellettuali: aveva l’animo risoluto a non sfuggire il pericolo.
Con il senso di fermo, deciso, anche riferito agli atti: alza il martello, e dà un picchio risoluto (Manzoni).
Di persona salda nelle sue convinzioni e nei suoi propositi, capace quindi di agire senza dubbî o incertezze: è un uomo risoluto; qui ci vuole un presidente più risoluto; riferito alle caratteristiche, alle azioni e all’atteggiamento: ha un animo risoluto; voce risoluta; poche parole ma chiare e risolute.
In musica, didascalia musicale che prescrive un’esecuzione decisa ed energica.

Una (parola) giapponese a Roma

Lur [lur]
Dallo svedese lur.
Sostantivo maschile invariabile.
(musica) Strumento musicale dell’età del bronzo recente, tipico della Danimarca ma presente anche nella Germania settentrionale e in Scandinavia, costituito da un lungo tubo bronzeo a forma di S, terminante con una piastra rotonda spesso ornata di borchie; di uso cultuale, i lur si rinvengono generalmente in coppie.

I lettori ci scrivono

Ci scrive Cristina a proposito di "frasca".

— Aggiungo che a Trieste "frasca" ha il significato di "osmiza" appunto perché il simbolo dell’osmiza è una frasca, un ramo, appeso al bordo della strada. Aggiungo che il termine osmiza deriva dallo sloveno osem ‘otto’, appunto perché originariamente un’osmiza rimaneva aperta per otto giorni.
Sempre una frasca, stavolta posta sul tetto di un edificio in costruzione, è il segnale che il tetto dell’edificio è stato completato e quindi quell’edificio può ormai assolvere alla sua finzione principale di dare ricovero dalle intemperie. Il tutto ovviamente viene festeggiato con abbondanti libagioni, per cui una frasca, sia essa in strada o su un tetto, vuol dire "qui si beve!".
Allego il link alla pagina di Wikipedia. —

Sul medesimo argomento ci scrive anche Enzo Cornacchione.

— Mi permetto di segnalarvi un’ulteriore accezione della parola "frasca": in Friuli indica una casa privata di contadini in cui si mangia (e si beve) semplice e da Dio… —

Anche Enzo allega un link esplicativo. Siamo contenti che i lettori della Parolata ci ricordino quali sono gli argomenti fondamentali della vita.

Osmìza
Voce slovena osmica.
Anche osmìzza.
Sostantivo femminile invariabile.
Locale tipico dell’altopiano del Carso, tra Italia e Slovenia, dove si vendono e si consumano vini e prodotti tipici quali uova, prosciutti, salami e formaggi direttamente nei locali e nella cantine dei contadini che li producono.

Perle linguistiche

"Dovremo avere tutte le cartucce nel pallottoliere."
Dragan Travica, giocatore di pallavolo (italiano), durante un’intervista.

R- Marchi: Bignami; Appuntone

ottobre 31, 2019

Newsletter originale del 9/2/2005

Marchi, non parole

Bignàmi
Dal nome di E. Bignami, autore-editore di una fortunata serie di volumetti tascabili di questo tipo.
Sostantivo maschile invariabile.
Marchio registrato.
(popolare) Piccolo manuale in cui sono riassunte le nozioni basilari delle varie materie scolastiche.

Il nostro nuovo amico Mauro Palma si presenta proponendo il Bignami.

L’appuntone e I lettori ci scrivono

Il nostro Piero Fabbri, sia gloria a Piero Fabbri, alla sua discendenza e ai suoi antenati, ci propone il seguente contributo che, per le dimensioni, quasi monopolizza il numero odierno della Parolata.

Incinta si scrive tuttattaccato.
(tuttattaccato invece no).
[…] "incinta" è una parola bella strana, e anche io mi sono trovato talvolta a scrivere "in cinta" tut tosta cca to, perchè credevo che fosse una maniera per dire "in procinto", procinto che poi magari diventava femmina, procinta, e da lì magari diventava cinta, indi… "in cinta". Datosi che però sicuro non ero delle mie belle etimologie supposte, mi sono informato, e ho scoperto una delle più belle (secondo me, e siamo ampiamente nell’opinabile) etimologie dell’italo-latino linguaggio.

E allora, ecco che "incinta" mi risulta essere pari pari il contrario di "cinta", proprio come incredibile è il contrario di credibile, iniquo il contraio di equo e infingardo il contrario di fingardo. E "cinta" gli è aggettivo, non sostantivo (‘nzomma, non si parla aqui della cintura atta a
tener su le braghe); aggettivo, dicevasi, come nella frasetta "Carcassonne è bella cittadina franciosa cinta di mura". Ergo, quando io mi metto una cintura, posso ben dire d’essere cinto d’una cintura. Ecco, qui casca l’asino: narrano le antiche croniche e puranco le historie che le gentili matrone romane viaggiassero normalmente elegantemente vestite di tuniche (o toghe? No, mi sa di no, tuniche, tuniche…) con grazioso nastro o fettuccia di cuoio a mo’ di cintura, perchè anche a quei tempi vedere il bell’alternarsi pieno-vuoto-pieno disegnato dalle piacevoli montagne russe di tette-vita-fianchi delle fanciulle rallegrava la vista ai senatori e ai centurioni dell’Urbe.

Sennonchè, quando le suddette fanciulle addiventanvano legittimamente pregne, erano ben contente della cosa, anche se un filino preoccupate visto che lasciare la buccia in sala parto, a quei tempi, non era poi del tutto improbabile. Senza parlare della storiella della Rupe Tarpea […] e le diecimila sfighe sempre in agguato quando si tratta di trasformare i pranzi e le cene di nove mesi in un ragazzino nuovo di pacca. E allora che facevano, le matron-fanciulle? Serie serie, non appena realizzavano che le mestruazioni non per caso non s’erano presentate, se n’andavano al tempio di Giunone (credo: ma non sono certissimo fosse proprio Iuno), e, ritualmente, si toglievano la cintura. Insomma, trasformavano la tunica cinturata in una tunica premaman, perchè hai voglia a farci buchi nuovi se alla fine devi scodellare un legionario.
Eppoi, insomma, la cosa doveva rendersi pubblica. Lasciavano la cintura li’, nel tempio di Iuno, e la pregavano di non far loro scherzi antipatici da lì ai prossimi nove mesi. Poi, tutte allegre, se ne uscivano dal tempio così come se ne erano entrate. Anzi no, per Giove. Erano entrate cinte di cintura, e ne uscivano trionfalmente "incinte".
Scusate il pipponcello, ma ‘sta storia m’e’ sempre piaciuta…
Molti baci
Piero

Policlinico, Triplure; Lettori; Repetita; Perle

ottobre 28, 2019

Etimi sbagliati

Policlìnico
Dal francese policlinique, composto del greco polis ‘città’ e di clinique ‘clinica’; propriamente dunque ‘clinica cittadina’, ma la parola ‘poli’ è stata interpretata con il significato di ‘molto’, da cui l’attuale significato.
Sostantivo maschile (plurale policlinici).
Istituto ospedaliero o ambulatoriale, pubblico o privato, per la cura di malattie appartenenti a specialità mediche differenti.

Una (parola) giapponese a Roma

Triplure [tri’plur]
Voce francese, derivato di triple ‘triplo’.
Sostantivo femminile invariabile.
Termine con cui vengono indicate le strutture tessili piane caratterizzate dalla proprietà di legarsi, per azione del calore e della pressione, con un’altra struttura piana (tessuto, non tessuto, cuoio, carta), in quanto contengono sostanze o fibre termoplastiche che, sciogliendosi per il calore, fanno da adesivo fra la triplure e l’altra struttura piana.

I lettori ci scrivono e Repetita ripetuta

Ci scrive Maurizio Codogno.

— Aggiungo che il fiume Fiume attraversa la cittadina di Fiume (veneto). —

Maurizio, sempre attuale, ne aveva parlato poco tempo fa sul suo blog.

Perle linguistiche

"Perché, come si dice, il gatto perde il pelo ma non il vizio."
Testuale, un giornalista durante una telecronaca su RAI Sport.

Fornita da Marco Marcon.

Deroga, Soigne; Lettori; Perversi

ottobre 14, 2019

Derogàre
Dal latino derogare, con il significato giuridico, composto di de- privativo e rogare ‘proporre una legge’.
Verbo intransitivo (io dèrogo, tu dèroghi ecc.; ausiliare avere).
1. (giuridico) In senso proprio, abrogare parzialmente una legge anteriore relativamente a determinate ipotesi; in questa accezione, il verbo ha come soggetto la nuova legge, o più raramente il legislatore, colui che emana la nuova norma.
(comune) Non osservare, legittimamente o illegittimamente, quanto è stabilito da un accordo, da una disposizione, da una consuetudine e simili: derogare a un contratto, a una norma; derogare all’etichetta di corte; per estensione, derogare alle prescrizioni del medico, non seguirle, allontanarsene in un determinato caso; derogare ai propri principi (frequente, ma impropria, la costruzione con la preposizione da: derogare dai propri principi). Il verbo è usato talora anche transitivamente, soprattutto nella forma passiva: le norme contenute in una legge imperativa non possono essere derogate.
2. (antico) Detrarre, togliere in parte, usata soltanto in alcune locuzioni: derogare all’onore, al merito, alla dignità di qualcuno.
Privare temporaneamente della nobiltà: professioni deroganti.

Dèroga
Derivato di derogare.
Sostantivo femminile.
L’atto, il fatto di derogare: derogare a un contratto, a una consuetudine; fecero chiamare il dirigente e il responsabile, protestarono e discussero e infine pregarono: ma il Regolamento non ammetteva deroghe (Sereni).
Si usa soprattutto nel linguaggio giuridico, amministrativo e burocratico, nella locuzione in deroga, derogando, facendo un’eccezione a quanto è stabilito: in deroga alle disposizioni vigenti.
Premio in deroga: quello attribuito ai dipendenti dello stato in casi eccezionali e in relazione a particolari esigenze di servizio.

Derogazióne
Dal latino derogatio -onis.
Sostantivo femminile.
1. Il derogare e l’effetto, oggi più comunemente deroga.
2. (antico) Perdita temporanea della qualifica di nobile in conseguenza dell’esercizio di una professione non confacente a un nobile (arti manuali, uffici pubblici minori ecc.), in base a un principio affermatosi soprattutto nei secoli XVII e XVIII.

Una (parola) giapponese a Roma

Soigné [sua’ne]
Voce francese, participio passato di soigner ‘curare, prendersi cura’.
Agettivo invariabile.
Di persona, curato, elegante, ricercato nei modi e nell’abbigliamento.
Di lavoro, minuzioso, rifinito con estrema accuratezza,

I lettori ci scrivono

Ci scrive Alex Merseburger, purtroppo citando marchi che non sono diventati sostantivi comuni.

— La VIBRAM (derivata da VItale BRAMani) mi ha fatto venire in mente ADIDAS derivato dal nome Adolf, soprannome ADI, e le iniziali del cognome DASsler.
Ancora meglio il signore veneto Caberlotto, fondatore della fabbrica di scarponi CABER. Quando lo sci andò in crisi, si rivolse allo sport estivo, inizialmente il tennis, fondando la LOTTO utilizzando la seconda parte del cognome. —

Versi perversi

Torna una rubrica quanto mai saltuaria: quella degli errori contenuti in poesie, canzoni o simili.
In Monna LIsa, di Ivan Graziani, un verso recita: "e io sto torturando la tela col rasoio e con le unghie". Purtroppo però la Monna Lisa di Leonardo non è una tela: è dipinta su una tavola di legno.